Metodi di partecipazione

I principali metodi partecipativi

di A. Caperna, A. Giangrande, P. Mirabelli e E. Mortola

I concetti e i metodi di pianificazione sono cambiati nel corso del secolo scorso. Il lavoro di Friend e Jessop (1968), Mastop (1984), Faludi (1987), Friend e Hickling (1987 e 1997) hanno fornito un rilevante contributo per individuare i limiti dei tradizionali modelli teorici che hanno dominato la teoria dello sviluppo urbano fin dai primi anni ’90.

In particolare, le ricerche dimostrano l’inefficacia del modello razional-comprensivo, che spesso genera una amplificazione dei problemi sociali ed economici. Questo atteggiamento negativo è il risultato di un approccio che pretende di regolare tutto il processo di trasformazione della città e del territorio.
La loro ricerca suggerisce un nuovo paradigma nel processo di pianificazione; Rosenhead ha riassunto i concetti fondamentali di questo nuovo approccio nel modo seguente:
• non ottimizzare, è necessaria la ricerca di soluzioni alternative, che siano accettabili rispetto a vari criteri, senza fare trade-offs;
• ridurre la quantità di informazione e  promuovere l’integrazione dei dati hard e soft e i giudizi sociali;
• perseguire la semplicità e la trasparenza al fine di chiarire le cause delle differenze d’opinione
• vedere le persone come soggetti attivi;
• sostenere e potenziare i processi di pianificazione bottom-up;
• l’incertezza è inevitabile; considerare l’utilizzo futuro delle opzioni.

L’approccio che riflette meglio questo paradigma è probabilmente Strategic Choice.
L’uso della progettazione partecipata permette di combinare complessi ed integrati processi di pianificazione strategica con l’enorme quantità di conoscenze che deriva dagli abitanti e, più in generale, dai soggetti interessati, pubblici o privati, che condividono lo stesso territorio.
Secondo il paradigma di pianificazione di cui sopra, il processo di progettazione partecipata deve coinvolgere la comunità – composta da varie parti interessate – a ripensare al proprio ambiente. Il processo deve avere un carattere maieutico e mostrare come possiamo proporre un ambiente più sostenibile, sia fisicamente che socialmente, avendo anche la capacità di risolvere i conflitti.
Il gruppo di lavoro tecnico, in accordo con quanto sostengono le parti interessate, deve aiutare la comunità a costruire lo scenario o gli scenari futuri, ma anche a identificare i problemi, a formulare possibili soluzioni e a individuare possibili strategie reciprocamente coerenti.
Lo stato dell’arte dell’e-Partecipation dimostra che la tecnologia dell’informazione da sola, non è sufficiente perché:
• le informazioni da sole non significano partecipazione, se la gente non può esprimere un parere;
• è importante che tutti abbiano la certezza che il proprio apporto possa fornire un contributo efficace
• pur essendo in grado di mettere in comunicazione un grandissimo numero di persone, non è, di per se, sufficiente a costruire una collaborazione costruttiva:

  • la possibilità di essere informati in dettaglio su una questione difficilmente induce a spendere tempo e fatica ad approfondirlo se poi non si può esprimere la propria opinione;
  • nessuno esprime la propria opinione, che richiede ancor più tempo e fatica, se non se ne può discutere;
  • la possibilità di discuterne richiederà ancor più impegno e per farlo si deve essere rassicurati sull’effettiva possibilità di ottenere risultati concreti che ripaghino del tempo e del lavoro investiti.

La definizione di un percorso da una pletora di opinioni (per di più inizialmente vaga e distorta da stereotipi) e le idee che portano a una soluzione efficace e condivisa è lungo e complesso e non è implicito nella tecnologia. Tutti hanno avuto l’opportunità di sperimentare quanto sia difficile rendere costruttiva la composizione di interessi diversi. Ci sono molte dinamiche che si attivano (ad, esempio, l’effetto NIMBY [1] ) e tendono a spingere il confronto in vicoli ciechi (Balducci, 1999) . Nell’approccio partecipativo i progettisti devono cambiare il loro approccio canonico, secondo processo top-down, e devono trasformarsi in facilitatori, soggetti che aiutano un gruppo di cittadini e, più in generale, le diverse parti interessate, per capire i loro comuni obiettivi e li assistono nel processo di pianificazione senza prendere una posizione particolare nella discussione. Naturalmente questa competenza è qualcosa che differisce da un approccio di pianificazione canonico. In un processo partecipativo, i progettisti / architetti devono

  • mediare tra diverse parti interessate;
  • rafforzare il processo informativo e applicare una procedura maieutica.

Un facilitatore deve essere in grado di diffondere le informazioni giuste e corrette e di avere la capacità di mediare tra interessi diversi.
Per svolgere questo ruolo dovrà avvalersi di specifici metodi che consentano di attivare nuove forme di comunicazione intersoggettiva e di contrastare quei meccanismi di esclusione che vengono messi in atto sistematicamente nei confronti delle categorie più deboli e degli interessi scarsamente rappresentati. E ‘opportuno osservare che gli abitanti sono spesso portatori di esiti ovvi e soluzioni “naturali” – nel senso di scontate, offerte dal mercato culturale dominante e indotte nell’opinione corrente dalle diverse forme di potere culturale – e non hanno quasi mai l’esperienza e le conoscenze tecniche necessarie per poter elaborare e realizzare decisioni nel campo della pianificazione e della progettazione in modo autonomo e originale. Ignorare questi problemi o far finta che non esistono non giova alla partecipazione né alla qualità dei progetti che vengono prodotti nel suo ambito. Un processo di progettazione partecipata, per essere efficace, deve dunque prevedere un’attività parallela di informazione e di “educazione” finalizzata a perseguire una maggiore simmetria tra esperto ed abitante: in altri termini, deve prevedere un’attività maieutica, da intendersi come processo pedagogico finalizzato a sollecitare un’autonoma capacità critica e creativa. L’esperto, nell’attività di ascolto, deve saper distinguere tra esigenze reali degli abitanti e proposte dettate da interessi particolari o che risultano scontate del tutto, nel senso già detto: ma è anche importante che non trascuri né interpreti in modo distorto queste esigenze.

Nel seguito spiegheremo i principali metodi utilizzati.

Ascolto passivo (passive listening) è una delle tecniche per rilevare le esigenze o le aspettative di una popolazione. Ad esempio, il questionario, uno strumento utile anche se a volte è imperfetto. Spesso si fanno domande a persone che non hanno una conoscenza reale del problema, oppure, queste domande sono formulate in modo incoerente con il processo  di pianificazione partecipativa. Si può parlare di una sorta di sondaggio d’opinione, un modo per coinvolgere i residenti e creare un’interazione che può fornire un efficace supporto al processo di pianificazione.

Ascolto attivo (active listening) è uno strumento formalizzato dagli antropologi che è in grado di favorire la reciproca comprensione tra persone provenienti da diversi background culturali. L’idea di base è di ascoltare, senza stereotipi derivati dalla cultura, religione, posizione sociale, ecc., ciò che gli altri ci dicono. L’ascolto attivo è particolarmente importante per i progettisti. Di solito, progettisti o architetti credono di essere nel giusto e le persone sono quelle che sbagliano. Quindi è estremamente importante che essi siano in grado di stemperare le loro convinzioni e prestare attenzione a punti di vista differenti.

Outreach (sensibilizzazione) è un termine generico per una serie di attività che hanno l’obiettivo finale di promuovere le scienze (sia applicate che naturali) al grande pubblico. Nel contesto partecipativo significa coinvolgere la partecipazione dei cittadini a diretto contatto  nella loro casa, posto di lavoro, la comunità o sito religioso, ecc. La partecipazione popolare avviene attraverso questionari, ricerca di informazioni, documenti, ecc;

Animazione sociale (social animation) significa la capacità di diffondere la conoscenza del territorio e le procedure di pianificazione attraverso l’interazione sociale, in accordo con una procedura bottom-up. Di solito, questo strumento viene applicato in ambito locale e consente la cooperazione, lo sviluppo di piani condivisi, un aumento della sensibilità e, più in generale, permette la condivisione di conoscenze e informazioni;

Animazione territoriale è utilizzata soprattutto nei progetti di sviluppo locale concertati (patti territoriali, progetti integrati, ecc). Con Il termine animazione territoriale (o animazione sociale) si  intende comunemente tutto ciò che va ad incrementare il grado di sensibilizzazione e di interesse degli attori locali intorno a problemi e strategie che interessano i luoghi di appartenenza. Esso costituisce anche una modalità per leggere ed analizzare Il contesto locale secondo una logica bottom up (cioè “dal basso”, alla presenza e con la diretta partecipazione degli abitanti).
– la dinamizzazione e la sensibilizzazione del contesto territoriale;
– l’acquisizione e la socializzazione di informazioni ed esperienze;
– l’incremento della cooperazione tra gli attori;
– l’elaborazione condivisa di progetti di sviluppo territoriale.

Ricerca-azione o ricerca-azione partecipativa (action research or participatory action research) è una tecnica molto simile a quella di animazione sociale; il suo obiettivo consiste nella partecipazione delle parti interessate in una analisi dei problemi e nella ricerca di un’azione pratica. La ricerca-azione è un metodo di problem solving guidato da persone che lavorano con altri gruppi o come parte di una comunità per migliorare il loro modo di affrontare le questioni e risolvere i problemi. La ricerca-azione è fatta semplicemente con l’azione, da cui il nome. I progettisti e le parti interessate, lavorano insieme per proporre nuove azioni allo scopo di aiutare la comunità a migliorare la sua attività pratica . Kurt Lewin (1946) , professore al Massachusetts Institute of Technology (MIT), fu il primo a coniare il termine “ricerca-azione”.

Passeggiata di quartiere (walks in the neighbourhood). La passeggiata (a piedi) è uno strumento che consente ai tecnici e ai residenti di condividere le informazioni che si trovano nel proprio quartiere. L’approccio è costituito da uno o più passeggiate nel quartiere, durante le quali piccoli gruppi di residenti (da 10 a 30) , aiutati da facilitatori,  fanno una ricognizione della zona interessata. La passeggiata di solito finisce in un luogo d’incontro, dove viene offerto un rinfresco e dove i partecipanti possono continuare la conversazione e lo scambio di impressioni.

Punti di riferimento
Sono sportelli aperti al pubblico ubicati all’interno di un’area urbana in fase di trasformazione, con particolare riferimento a progetti complessi che mirano ad una riqualificazione sia fisica sia sociale dell’area stessa. Il termine “punto” fa riferimento sia all’idea di luogo fisico ben identificato, sia alla funzione di “fare il punto” insieme agli abitanti. Spesso gestito da un soggetto terzo incaricato dall’ente promotore della riqualificazione, il “punto” accompagna per tutta la sua durata l’attuazione dell’intervento e svolge un ruolo di interfaccia fra gli abitanti, le imprese esecutrici e il committente delle opere. Esso ha soprattutto lo scopo di:

  • ascoltare vissuto, bisogni e aspettative in merito all’intervento di riqualificazione;
  • limitare i disagi creati dai lavori attraverso un’attività capillare di informazione preventiva;
  • raccogliere le segnalazioni presentate dagli abitanti e costruire insieme a loro e ai referenti istituzionali le risposte più efficaci per migliorare la convivenza con il cantiere;
  • valorizzare le valenze positive dell’intervento, contribuendo alla costruzione di un’atmosfera positiva intorno ai lavori;
  • far sì che gli abitanti, anziché subire l’intervento, possano partecipare alla sua realizzazione arrivando anche, se necessario, a concordare modifiche all’organizzazione dei lavori o al progetto (scelta delle finiture, soluzioni per le parti comuni, ecc.). Supporto indispensabile per un’efficace attività del punto di riferimento è un sistema di azioni e strumenti di comunicazione che, a titolo indicativo, può comprendere: newsletter, pieghevoli, locandine, pannelli illustrativi e visualizzazioni dell’intervento, siti internet, numeri verdi, animazioni ed eventi in coincidenza con alcune alle fasi significative dei lavori.

Tecniche per la costruzione di scenari. Hanno lo scopo di facilitare le riflessioni strutturate sui possibili futuri sviluppi di un contesto – ambientale, urbano, sociale, ecc. – da parte di individui che ne fanno parte.
La costruzione di scenari è legata al futuro, quando gli interessi particolari e i conflitti hanno perso un po’ della loro importanza. Attraverso il confronto tra tecnici e abitanti inizia un processo di apprendimento reciproco, che contribuisce ad arricchire l’immaginazione degli abitanti e a generare nuove soluzioni e alternative. Questo approccio è utilizzato per affrontare progetti di riqualificazione urbana in un quartiere o in una comunità, o per strutturare il processo di Agenda 21. Può anche essere utilizzato come parte di programmi concertati di sviluppo locale (patti territoriali, PIT, ecc) o di qualsiasi altro progetto di intervento che coinvolge una pluralità di soggetti.

L’EASW (European Awareness Scenario Workshop)
è nato in Danimarca per trovare un accordo tra le varie parti interessate (stakeholder) all’interno di un ambito locale oppure per l’accordo consensuale a scala più vasta ed è stato adottato ufficialmente nel 1994 dall’ Environment Directorate of the European Commission nel quadro delle politiche volte a promuovere l’innovazione sostenibile in Europa. Questo approccio si propone, in particolare, di sostenere e accompagnare uno sviluppo tecnologico in grado di rispondere con efficacia alle reali esigenze di un gruppo sociale. Attualmente le sue applicazioni principali sono legate al campo delle politiche ambientali, in particolare nelle aree urbane, ma anche in altri contesti regionali che mirano ad affrontare un cambiamento del suo modello di sviluppo. Sul piano pratico l’EASW consiste in un workshop, della durata di circa due giorni, con il coinvolgimento di trenta partecipanti distribuiti in quattro categorie principali di attori: politici / amministratori, commercianti, tecnici / esperti, utenti / cittadini. Il workshop, accompagnato da un team di facilitatori, comporta due fasi fondamentali: lo sviluppo di visioni future e lo sviluppo di idee. Nella prima fase, ciascuna delle quattro categorie di attori sono invitati a sviluppare due ipotetici scenari futuri, rispettivamente orientati ad una “visione catastrofica” che possono comportare i rischi più pericolosi, e una “visione” idilliaca in grado di identificare un gran numero di obiettivi ambiziosi. Una fase di discussione plenaria consente di confrontare gli scenari proposti dalle diverse categorie e di identificare i quattro temi più significativi su cui concentrare il lavoro durante la seconda fase. A questo punto si individuano quattro nuovi gruppi di composizione mista tra le diverse categorie di operatori, ciascuno dei quali affronta un tema specifico. Per quanto riguarda le sessioni future di tecniche di brainstorming e di negoziazione, ogni gruppo propone un gran numero di idee e modalità possibili di attuazione, compreso un massimo di cinque da presentare nella sessione plenaria di chiusura del workshop. Il numero massimo di idee presentate è quindi pari a 20. Nel corso della sessione plenaria di chiusura dopo la presentazione di ciascuna idea, una votazione finale di tutti i partecipanti  identifica le cinque idee più significative, da realizzare attraverso piani d’azione congiunti.

Action PlanningPiano d’azione – è un metodo che permette di identificare i bisogni e definire i problemi in un contesto locale attraverso il contributo diretto della comunità locale, e di formulare linee guida con coloro che conoscono i problemi, perché si trovano ad affrontarli ogni giorno. Il Piano d’azione è una valida alternativa alla discussione e incoraggia la partecipazione delle persone che sono meno preparate o meno adatte al dibattito pubblico, permettendo a tutti di esprimere le proprie idee e suggerimenti in modo libero semplice, anonimo, e molto riflessivo. Alcune regole generali, basate su principi molto semplici, sono descritte all’inizio delle riunioni. Il processo è articolato in più fasi. Tutte le opinioni e le idee circa l’ambiente sono espresse da ciascun partecipante con l’uso di post-it da attaccare su cartelloni di grandi dimensioni. I post-it, opportunamente riorganizzati, costruiscono l’immagine che le persone hanno del loro quartiere. I partecipanti sono quindi invitati a fare previsioni circa i cambiamenti che interesseranno il quartiere, così come sugli effetti attesi, sia favorevoli che sfavorevoli. Il passo finale è quello di identificare alcuni principi o linee guida che possano facilitare il raggiungimento di effetti positivi e contrastare quelli negativi. Per definire un piano d’azione sono necessarie in genere 3 o 4 sessioni, articolate nel corso di un mese o due (Lewin 1946).

Planning for RealPfR (pianificare per davvero) è un metodo che è stato sviluppato negli anni ’70 da ricercatori dell’Università di Nottingham (GB), sotto la guida del prof. Tony Gibson (1984). Tutti, anche senza specifiche conoscenze tecniche, possono partecipare direttamente al processo di decisione e di pianificazione. La comunicazione svolge un ruolo centrale, a tutti è permesso di esprimersi. Lo scopo principale di applicazione del PfR è organizzare e facilitare l’interazione tra coloro che partecipano in un ampio raggio d’azione per arrivare alla gestione della comunità e a iniziative e spazi democratici da parte degli abitanti, in accordo e in collaborazione con i privati e le autorità pubbliche. La dimensione di riferimento per PFR è di medio-piccole dimensioni. Riguarda generalmente interventi di microurbanistica (strade residenziali, giardini scolastici, ecc.), relativi alla comunità interessata. I partecipanti sono invitati a giocare un gioco coordinato da uno o più facilitatori. In ogni sessione di PfR devono essere rispettate determinate regole e materiali d’uso che sono contenuti in tre pacchetti separati: il pacchetto per il modello, il pacchetto per la comunicazione, il pacchetto per i suggerimenti. Ogni suggerimento illustra con un semplice schizzo una azione diretta a migliorare l’ambiente o le cause di degrado.

Open Space Technology, sviluppato da Harrison Owen (2008), è una metodologia che permette, all’interno di qualsiasi tipo di organizzazione, di creare gruppi di lavoro (workshop) e incontri (riunioni) particolarmente ispirati e produttivi. E’ stato sperimentato nel corso degli ultimi venti anni in diversi paesi del mondo, per la gestione di gruppi da un minimo di 5 ad un massimo di 2000 persone in conferenze della durata di uno, due o anche tre giorni.
Si tratta di una metodologia innovativa dove le persone tendono a non annoiarsi e, grazie ad un clima piacevole, in tempi relativamente brevi, producono un documento di sintesi di tutte le proposte / progetti elaborati dal gruppo, in rapporti istantanei. Il documento, in aggiunta alla sua utilità pratica, diventa testimone e garante del lavoro.

Tecniche per la progettazione interattiva. Supponiamo che abbiamo condotto un’indagine / ascolto con l’aiuto di alcuni degli approcci precedentemente considerati, e che abbiamo individuato un numero significativo di parti interessate (stakeholders) o anche semplici persone che vogliono lavorare utilizzando procedure di progettazione partecipata.

Gli approcci che devono essere utilizzati per questo scopo sono essenzialmente diversi da quelli già descritti. Questi approcci facilitano la partecipazione degli abitanti in un processo il cui obiettivo non è quello di acquisire più informazioni e promuovere la partecipazione attiva degli attori locali, ma piuttosto di progettare nuovi spazi o recuperare spazi esistenti. Il metodo messo a punto da A. Giangrande e E. Mortola (Giangrande, Mortola 2000a, 2000b, 2000c, 2005, 2009, 2011, 2012), ispirato alle teorie di Christopher Alexander inizia con un forum. Dopo aver esaminato il programma progettuale preliminare e la documentazione già acquisita dal forum, i membri del gruppo di lavoro effettuano assieme agli abitanti un sopralluogo accurato dell’ambito per individuare e rappresentare su una mappa tutti gli elementi della ‘wholeness’ – la struttura profonda che caratterizza ogni luogo e contribuisce a renderlo ‘vivente’. L’attività successiva consiste nella costruzione del visioning dello scenario futuro dinamico (SFD) che prefigura i cambiamenti che gli attori territoriali interessati desiderano per i loro spazi di vita.  Questa prefigurazione non si riferisce a uno specifico orizzonte temporale, ma è una ‘visione’ genericamente orientata a un futuro lontano che può sempre essere aggiornata in funzione della mutata situazione del contesto. La fase conclusiva del processo consiste nella procedura di unfolding – intesa come processo che trasforma un contesto conservandone la struttura originaria profonda (vedi C. Alexander). In pratica, nell’elaborare il progetto, il gruppo di lavoro dovrà tenere conto sia degli elementi rappresentati della mappa della wholeness, sia delle prefigurazioni dello scenario condiviso. Il gruppo di lavoro pubblica e aggiorna periodicamente sul blog i risultati parziali del processo progettuale. I membri del forum e tutti gli altri cittadini possono in ogni momento accedere al blog per inviare i loro commenti: il gruppo dovrà leggerli per fare tesoro delle critiche ragionevoli e utilizzare i suggerimenti validi per migliorare il progetto.

Bibliografia

  • Commissione Europea (2004) Il manuale della Commissione Europea sulla metodologia EASW
  • Faludi A. (1994), “Rule and Order. Dutch Planning Doctrine in the Twentieth Century”, Kluwer, Dordrecht.
  • Friend J.K., Hickling A. (1987/1997), Planning under Pressure: The Strategic Choice Approach”, Pergamon Press, Oxford.
  • Friend J.K., Jessops W.N. (1968), “Local Government and Strategic Choice”, Pergamon Press, Oxford.
  • Giangrande A., Mortola E. (2000a) Manuale di autoprogettazione per piccoli interventi di riqualificazione dell’ambiente urbano, Assessorati alla Partecipazione, alle Politiche educative, all’Ambiente, ai Lavori pubblici e alla Mobilità del Comune di Roma.
  • Giangrande A., Mortola E. (a cura di) (2000b) Architettura, Comunità e Partecipazione: quale linguaggio?, Seminario internazionale, Università degli Studi Roma Tre, 4-5 aprile.
  • Giangrande A,, Mortola E., Spada M. (2000c) Progettare con la comunità, Seminario internazionale, Comune di Roma e Università degli Studi Roma Tre, 13-14 aprile.
  • Giangrande A., Mortola E. (2005) Neighbourhood renewal in Rome: combining Strategic Choice with other design methods, in Planning under Pressure (J. Friend and A. Hickling eds.), 3.th ed., Elsevier, Oxford.
  • Giangrande A., Guidetti G.,Mortola E. (2009) Spazi didattici all’aperto: un processo di progettazione partecipata , Gangemi editore
  • Gibson T. (1984), Counterweight. The Neighbourhood Option, Country Planning Association & Education for Neighbourhood Change, Nottingham.
  • Lewin K. (1946) Action research and minority problems. J Soc. Issues 2(4): 34-46
  • Owen H. (2008) “Open Space Technology: A User’s Guide”,  (3rd ed.). Berrett-Koehler.
  • Giangrande A. ,Mortola E., ,2011, PROGETTAZIONE PARTECIPATA: il caso dell’Angelo Mai nel rione Monti a Roma (2011) Gangemi editore
  • Mortola E., Mecarelli F. (2012a) Cohousing e progettazione partecipata nei centri storici, 2012, Gangemi editore
  • Mastop J.M. (1984), Besluitvorming, handelen en nomeren; Een methodologische studie naar aanleiding van het streekplanwerk
  • Mortola E. (a cura di) (2012b) Quaderno n.1 OpenPISM-PSP, “Scenari futuri per l’ex-deposito Atac Vittoria”, Aracne, Roma, 2012

[1] NIMBY è l’acronimo inglese per Not In My Back Yard, ovvero “Non nel mio cortile”. Esso sta ad indicare un atteggiamento che si riscontra nelle proteste contro opere di interesse pubblico (ad esempio discariche, termovalorizzatori, vie di comunicazione, etc.) che hanno, o si teme possano avere, effetti negativi sui territori in cui tali opere verranno costruite.

Approfondimenti su Planning for Real

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